Cena di lavoro
Stava terminando di pettinarsi, ormai pronta per uscire,
quando lui le si avvicinò e, con noncuranza, le disse: "Dopo,
mentre sarai a cena, ti manderò un sms e ..."
Lei ascoltò quello che lui diceva affascinata e scandalizzata:
"Non posso!", protestò. "Ma sei matto? Ma è
una cena importante: il dott. S. ha invitato apposta anche 2 grandi
della Direzione Medica Generale!"
"Appunto per questo: stasera!".
Si salutarono sulla porta con un bacio leggero a fior di labbra, poi
lei scese di corsa le scale avviandosi al garage.
Arrivò al ristorante quasi contemporaneamente a Gloria, la collega
con la quale avrebbe dovuto svolgere il lavoro di ricerca di cui avrebbero
discusso proprio quella sera a cena.
"Sono stanca morta, avrei preferito andare a letto, non uscire
a cena stasera!"
"Anch'io avrei preferito andare a letto..."
Scoppiarono in una squillante risata e si avviarono verso il tavolo
dove avevano riconosciuto ad attenderle il dott. S. e i 2 grandi capi
della Direzione Medica.
Saluti, presentazioni, soliti convenevoli.
Menu squisito, scelto con cura, ottimo vino, conversazione da subito
focalizzata: era veramente un lavoro importante, una ricerca prestigiosa
ed interessante dal punto di vista scientifico e anche molto ben remunerata,
a quanto sentiva.
Come Gloria, anche lei si mostrava attentissima, interveniva chiedendo
spiegazioni, chiarimenti, ma i suoi pensieri erano lontanissimi, distanti,
centrati sul cellulare, solo sul cellulare.
Non aveva potuto metterlo sul tavolo (troppo da cafona), e allora l'aveva
lasciato nella borsetta, dietro di sè, in modo da poter sentire
facilmente (così sperava) il segnale di arrivo del messaggio.
Ogni tanto, come casualmente,fingendo di frugare nella borsa, controllava
il display, se per caso le fosse sfuggito il segnale acustico.
E poi , di nuovo, rientrava nella conversazione, rispondeva, commentava.
Ma era faticoso e difficile.. e poi non poteva fare a meno di pensare
a lui con un misto di gratitudine per quella sottile eccitazione che
sentiva crescere sempre più dentro di sè e di rabbia per
averla messa in quella situazione assurda: si discuteva una delle occasioni
migliori per la sua carriera e lei si preoccupava unicamente di un sms.
Ma, ad un tratto, eccolo il bip- bip del messaggio in arrivo e proprio
mentre stava rispondendo ad una domanda che le avevano appena rivolto.
Finì in qualche modo la frase, prese il cellulare e, finalmente,
lesse: "Vai in bagno, tesoro, toccati e vieni per me, mia dolce,
bellissima puttana." La frase che lui le aveva promesso.
Si alzò cogliendo per un attimo lo sguardo un po' sorpreso degli
altri e andò in bagno.
In bagno subito si appoggiò alla parete e il freddo delle piastrelle
sulla schiena lasciata nuda dal top le diede un leggero, sottile brivido.
Di fronte a lei c'era un lungo specchio che la rifletteva quasi per
intero: per un attimo restò ferma a guardarsi, poi si sollevò
la lunga gonna di lino e l'avvolse intorno alla vita.
Guardava un po' ipnotizzata il suo perizoma bianco: sembrava splendere
tra le cosce abbronzate.
Lo tolse e, quasi con affanno, si infilò un dito in bocca succhiandolo
avidamente e poi, allargando un pochino le gambe, lentamente cominciò
a passarselo là dove ora era bagnatissima. Per un tempo lungo
pochi, interminabili secondi, si impose di sfiorarsi solo con il polpastrello,
ma poi lo infilò dentro di sè. Era caldissima e fradicia
e mentre spingeva il dito in fondo più che poteva e trasudava
tutto il suo miele.
Appoggiata alla parete, con la bocca socchiusa, si guardava allo specchio
e si eccitava sempre di più. Ora aveva i capezzoli durissimi,
tanto duri che le facevano male, tanto duri che imploravano una bocca
che li succhiasse e li mordesse.
Continuava, sempre più velocemente e affannosamente, a muovere
il dito, ora spingendolo a fondo con forza, ora tirandolo fuori e premendolo
sul clitoride, ora strisciandolo nelle pieghe dell'inguine. Lo metteva
in bocca, se lo passava sulle labbra, lo annusava, lo leccava. Non smetteva,
incapace di fermarsi o di rallentare, straziata tra il desiderio di
prolungare il più possibile quel piacere stregato e il bisogno
di lasciarlo esplodere dentro di sè.
Fino a quando non si avvicinò allo specchio, vi appoggiò
le labbra e baciandosi, baciando la sua bella bocca riflessa, lasciò
che tutto succedesse: in un attimo fu come se mille scariche elettriche
le attraversassero il corpo, mille brividi, come raggi infuocati, si
irradiassero da quel sole incandescente che splendeva tra le sue gambe
si diffondessero sotto la sua pelle e mille folate di vento caldissimo
e gelido la frustassero senza sosta.
Lo chiamava, lo invocava con voce bassa e appena sussurrata, mentre
avrebbe voluto gridare e gridare e gridare ...
E poco dopo, di nuovo seduta al tavolo, sorridente e sicura, padrona
della conversazione: "Si, certo, credo che i dati sulla tollerabilità
che abbiamo raccolto l'anno scorso siano ancora utilizzabili..."
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