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IO, MAMMA E MIA SORELLA
di solitarywolf

Stamattina sono stato in facoltà per l’ultima lezione prima delle vacanze di Natale. Il professore ci aveva proposto di dare l’esame prima delle festività, ma la grande intelligenza dei miei colleghi ha optato per il primo giorno utile dopo le vacanze. Praticamente mi son preso la mia bella inculatura. Questo significherà studiare, invece che cazzeggiare dalla mattina alla sera coi miei amici. Tra noi c’è una bella usanza, quando arriva il periodo natalizio. Tra noi amici, intendo. Perché se lo venissero a sapere i nostri genitori, non è che ne sarebbero troppo entusiasti. Tutti i giorni utili delle vacanze sono buoni per fare il giro dei bar della città prima di pranzo e poi la sera, prima e dopo cena. Beviamo una quantità esagerata di campari, in questi giorni. Dopo cena, solitamente, ci riuniamo a casa di qualcuno di noi e facciamo mattina a giocare a carte, innaffiando le partite con generose dosi di vino e castagne arrostite. È una libidine. Niente caccia alle ragazze, in questi giorni. Natale è il nostro momento per fare cazzate. Non so fino a quando durerà questa storia. Stiamo crescendo, e altre stanno diventando le cose importanti. Qualcuno di noi s’è pure sposato, ultimamente. Ma quest’anno, per me, non ci saranno serate all’insegna delle carte e dell’alcol. Niente partitelle con gli amici e sbronze esagerate, tranne che in qualche rara occasione. Dovrò consacrare queste vacanze allo studio. Sono questi i pensieri che mi attraversano la testa mentre infilo la chiave nella serratura della mia BMW. Poi sento il mio nome urlato da qualcuno. Alzo la testa e vedo il corpo di Anna venirmi incontro, agitando le mani e chiamandomi a gran voce. È una strafiga. Bionda coi capelli lisci, lineamenti duri ma belli. Una strafiga con una quarta di seno. Oddio, non so se effettivamente sia una quarta o una quinta. Ha un gran paio di tette, in ogni caso. Oggi era vestita con una bella minigonna grigia dallo spacco vertiginoso lungo la coscia sinistra, e da una magliettina fina e aderente che metteva in risalto le sue gran belle zinne. Ha un unico difetto, la puttanella. Va in estasi quando vede i soldi. E lei pensa che io ne abbia a iosa. Anche se non è così. Vede la BMW e pensa che abbia chissà quanta grana. Ma le cose non stanno affatto così. Mi passa per il cazzo, comunque. Pensasse ciò che vuole. E se è il mio cazzo quello che desidera. Be’, non sarò certo io a negarglielo. Mi dipingo sulla faccia il più bel falso sorriso che riesco a trovare tra le mie espressioni. “Che c’è?” “Volevo chiederti se potevi darmi un passaggio, sono venuta senz’auto, oggi” “Va bene. Fosse tutto questo il problema!” esclamo aprendo la portiera e salendo nell’abitacolo. Quando anche lei è entrata, faccio manovra ed esco dal parcheggio. Porta il cappotto sbottonato, così riesco a vederle le tette fasciate dalla magliettina e la porzione di coscia rivelata dal profondo spacco. S’accorge del mio sguardo e mi sorride. Non oggi, comunque. Non sarà oggi che il mio cazzo assaggerà sta strafiga. L’accompagno, ci salutiamo e poi me ne vado a casa. Casa mia, o meglio, casa dei miei è un doppio appartamento in uno dei palazzi più nuovi della città. I due appartamenti comunicano tramite una scala a chicciola che mio padre ha fatto costruire dopo che l’abbiamo comprati. Dopo che li hanno comprati. Fermo l’auto nel parcheggio del palazzo facendo scattare l’allarme. Entro in casa. Il silenzio è assoluto, sembra che sia deserta. O forse sono tutti quanti al piano di sopra. Per tutti quanti intendo mia madre e mia sorella. Mio padre è ingegnere su una piattaforma petrolifera in medio oriente, e difficilmente potà liberarsi per questo Natale. Ma forse sarà con noi per capodanno, o al massimo per l’Epifania. Se devo proprio confessarmi, così come ho intenzione di fare, devo ammettere che certe volte penso di essere malato. Malato col sesso, intendo. Fin’ora non c’è stata una donna che non me l’abbia fatto rizzare, fantasticando su come me la sarei scopata se ne avessi avuto l’occasione. Un paio di gambe attaccate a un culo, oppure un paio di zinne, me lo fanno diventare duro immediatamente. Non ha importanza che questa donna sia mia madre o mia sorella. Basta che abbiano un paio di gambe e due tette, ho immediatamente voglia di portarmele a letto. A dirla tutta, pensieri su mia sorella non ne ho mai fatti, è di un paio d’anni più piccola di me, e anche se è una bella ragazza, non l’ho mai vista sotto un’ottica sessuale. Con mia madre il discorso è diverso. È da quando sono piccolo che cerco di spiarla, approfittando di ogni momento utile per guardare attraverso fessure di porte incautamente lasciate socchiuse. Ogni volta che mamma si ritirava in camera sua era il momento buono per andarla a spiare, anche se spesso dovevo stare attento a mia sorella, cercando di evitare che mi scoprisse e che facesse la spia. Riscuotendomi da questi pensieri, e soprattutto dai ricordi, che inevitabilmente me l’hanno fatto diventare di roccia, vado in cucina e apro il frigo. Prendo la bottiglia di coca e me ne verso una generosa porzione in un grosso bicchiere. Dopo qualche istante arriva mia madre. Splendida la vedo entrare nella stanza coi suoi lunghi capelli biondi raccolti dietro la testa in una coda di cavallo. Gli occhiali dalla montatura leggermente ovale le conferiscono l’aria di un’insegnante. “Sei già tornato? Allora… dimmi, l’esame?” mi domanda. Sono ammutolito dalla sua bellezza. Indossa una camicetta rosa di quelle dal colletto largo e che calzano leggermente troppo aderenti, cosicchè la stoffa dell’indumento s’attacca alle sue grosse mammelle. “Cos’è? Sei diventato muto?” mi chiede con tono rimproverante. “No. È solo che stavo pensando a una cosa…o meglio: all’inculatura che c’hanno dato. L’esame l’hanno spostato a subito dopo le vacanze. E sai questo cosa significa? Che per me non ci saranno vacanze di Natale, quest’anno” dico cercando di riscuotermi, a fatica riuscendo a staccare gli occhi dalla scollatura di mia madre, provocata dal fatto che non ha chiuso i bottoni immediatamente sopra ai suoi grossi seni. ve l’ho già detto. Non sono troppo forte con le misure dei seni. So solo che quelli di mia madre sono grossi, ed ora, con la camicetta che glieli stringe, sembrano ancora più grandi. Bevo una lunga sorsata di coca per non pensare a quanto sia strafiga la mia quarant’enne mammina. Ma proprio non riesco a toglierle gli occhi di dosso, faccio fatica a staccare lo sguardo da quella camicetta stretta e dalla scollatura. “Almeno non andrai a fare baldorie coi tuoi amici”. Così mia madre commenta la mia sventura. Poi si volta ed inizia ad armeggiare coi fornelli. Cazzo che visione! Il culo fasciato dalla gonna che le arriva ad altezza del ginocchio, è una visione mistica. Tondo, a mandolino, sodo come nemmeno una mia coetanea potrebbe avere. Almeno così mi pare attraverso la stoffa nera della gonna. La vita è stretta ed è disegnata dalla camicetta che porta fuori dalla gonna. Il cazzo sembra dovermi scoppiare all’interno dei jeans. Un’idea mi passa per la testa. Cazzo, che pervertito! Mentre lei se ne sta lì, ad armeggiare con pentole e fornelli, mi tiro fuori l’arnese ed inizio a menarmelo. Quasi vengo, ma i passi di mia sorella che scendono le scale mi costringono a sistemarmi. In tutta fretta m’infilo l’uccello nelle mutande e continuo a bere la mia coca come se niente fosse. “Ciao fratellone” mi saluta Angela. Anche la mia sorellina è niente male. Penso tra me. Si. Proprio niente male, anche se è di gran lunga più bassa sia di mia madre che di me. Ha un bel corpicino. Da scoprire, da spogliare lentamente e lisciare con la lingua. Sbavarle addosso la saliva intanto che la spoglio. La mia bella sorellina, che è già in vacanza da qualche giorno, indossa la sua tenuta da casa. Quando resta in casa le piace mettere il pantalone di una tuta, aderente al suo bel culetto sodo con le finiture che le finiscono tra le chiappe. Ad ogni passo, i bei glutei, guizzano sodi. Poi, ha messo una maglia di lana a collo alto, anch’essa aderente e che s’incolla ai seni piccoli e sodi. A differenza di quelli di mia madre, i seni di Angela sono piccoli. Hanno la dimensione di due mezze mele, sodi che puntano in avanti contro la stoffa tesa della maglietta e che le donano un’aria adolescenziale che me lo fa indurire ancor più nelle mutande. Passandole accanto e poggiandole un bacio delicato sulla guancia, per salutarla, sento il bisogno di toccarglieli. Avverto il desiderio di sfiorarli, palparli e tenerli nelle mani. Meglio rintanarmi in camera mia, prima che si rendano conto del mio stato. Il gonfiore del mio arnese, infatti, è visibile attraverso la stoffa del jeans. In tutta fretta salgo le scale che mi portano al piano superiore. Ma prima di ritirarmi in camera, un’idea mi passa per la testa. Angela ha lasciato la porta della sua cameretta aperta. Di soppiatto, tentando di fare meno rumore possibile, m’intrufolo nella stanza. Apro il cassetto in alto dell’armadio e scavo alla ricerca d’una sua mutandina. Ne prendo una bianca con stampe di fiorellini rosa. Lascio la camera e mi chiudo a chiave nella mia. Smanioso tiro fuori l’uccello dalla zip dei miei pantaloni, ci avvolgo attorno lo slip ed inizio a masturbarmi. Mi bastano pochi colpi per venire con densi spruzzi che imbrattano la mutandina. Ora dovrei fare sparire l’indumento, ma forse è meglio di no. Potrebbe tornarmi utile in altre occasioni. La sera è scesa lentamente sulle nostre teste, quasi senza che ce ne accorgessimo. Tutto il pomeriggio l’ho trascorso a studiare. Verso le otto abbiamo cenato, un pasto veloce e leggero. Mamma dice che la sera è meglio mantenersi leggeri. Io, invece, mi sarei mangiato tranquillamente un quarto di bue. Ma va bene così. In televisione non danno niente di speciale, così la serata la trascorro collegato in internet, in camera mia. Alle undici scendo, ho voglia di uno spuntino e poi, per nulla al mondo mi perderei le notizie sportive. Per tutta la giornata non avevo avuto il tempo di pensare a quello che m’era capitato in mattinata. Ma ora, con la mente libera dallo studio e dalla fame, il ricordo della sborrata solitaria con gli slip di mia sorella attorno al cazzo, me lo fanno tornare nuovamente duro. A quest’ora lei dovrebbe essersene già andata a dormire. Non è nottambula, al contrario di me. Mia madre è ancora in soggiorno a guardare una delle tante trasmissione stronze che trasmettono a quest’ora, quelle che credono di poter spiegare come gira il mondo. Ma che ne sanno, loro, di come stanno le cose? O forse lo sanno. Solo che ci raccontano mucchi di stronzate, ci fanno abboccare alle loro cazzate per convincerci che le cose stanno così, tale e quali a come le dicono loro. Che si fottano. So io di cosa ho bisogno stasera. Loro sanno niente. Salgo le scale convinto ad entrare in camera di Angela. Starà già dormendo, potrò guardarla dormire e poi masturbarmi per i fatti miei in camera ripensando al suo corpo avvolto nella maglietta a mezze maniche che usa per dormire. Sempre cercando di non far rumore, mi avvicino alla camera. La porta stranamente è chiusa, solitamente la lascia aperta. Tendo l’orecchio proprio nel momento in cui sento riagganciare la cornetta del telefono. Busso, e senza aspettare che mi dia il permesso di entrare, apro la porta. “Con chi stavi parlando?” le chiedo. È ancora vestita. Ancora indossa la tuta e la maglietta a collo alto. “Che ne vuoi fare?” “Niente, dicevo così per dire. Solitamente a quest’ora dormi” giustifico la mia curiosità tutt’altro che fraterna. “Era un mio amico”. Risponde evasiva. “Be’, stacci attenta”. Faccio per andarmene, rassegnato a dovermi masturbare al pensiero dei suoi piccoli seni sodi avvolti dalla maglietta, invece che sulle sue cosce vellutate lasciate scoperte dalla maglietta a mezze maniche. “Aspetta…” mi ferma, “…chiudi la porta, per favore. Ti devo chiedere una cosa”. Eseguo i suoi ordini, intuendo di cosa vuole parlarmi. Il cazzo ha un guizzo negli slip. Affondo lo sguardo nei suoi occhi azzurri, cercando di non abbassarlo alle sue tette, evitando che si accorga del mio sguardo bramoso e della voglia visibile attraverso la patta dei Levi’s “Conosci Mauro?…” inizia a dire. Annuisco col capo prima che continui. “…bene. M’ha chiesto una cosa. Ma mi vergogno di dirtelo” “Ho capito” la interrompo, improvvisamente imbarazzato dalla sua confessione. “No… non è come puoi pensare. Non è che m’ha chiesto proprio di farlo. Quando sono stata a casa sua per studiare, m’ha chiesto se volevo… be’, come posso dirti?” ora è lei ad essere visibilmente imbarazzata, mentre un rossore le infiamma le gote. “…insomma… ha detto se volevo menarglielo”. China il capo per nascondermi lo sguardo imbarazzato. Non m’aspettavo una confessione del genere da mia sorella. Anche se siamo sempre andati d’accordo, non è che queste cose ce le siamo mai dette. “E allora…? Cosa vuoi sapere?” “Tu che dici?” “Io che dico?” prendo tempo. Lei si alza e va verso la finestra. Le guardo il culo sodo fasciato dalla tuta, le gambe tornite, sode, guizzanti come quelle di una giovane gazzella. M’immagino con la bava che mi pende dalle labbra, mentre anelo alla figa di mia sorella. Già, mia sorella. Quella parola, quel legame, quel vincolo di sangue che ci unisce mi eccita ancora di più. “Be’… che posso dirti” inizio a dire, “se tu vuoi e se gli vuoi bene, non credo ci sia qualcosa di male”. “Davvero credi?” si volta entusiasta per la mia risposta. Nel senso che è felice che io non l’abbia presa a male e che non le abbia urlato contro come avrebbe magari fatto papà nel caso fosse stato lui il confidente. Poi il suo sguardo nuovamente si rabbuia. “Che c’è ora?” le chiedo “E’ solo che… be’, io non ne so niente di ste cose” mi alzo a mi avvicino. Non ce la faccio più a resistere. Se non mi sbrigo a lasciare la stanza immediatamente è capace che le salto addosso. Ma come inebetito, incapace di opporre la minima resistenza a me stesso, m’inginocchio ai suoi piedi. “Che fai?” mi chiede. “Non preoccuparti” dico piazzando le mie mani sulle sue anche. “Ma Paolo” obbietta cercando di allontanarmi le mani dal suo corpo. Inizio ad armeggiare coi lacci della tuta. Finalmente, dopo attimi che mi sembrano eterni, riesco a slacciarli. Afferro l’orlo della tuta e lo tiro lentamente verso il basso, cercando di calarglielo alle caviglie. “paolo, se non la smetti chiamo mamma” la voce è roca, timorosa delle mie azioni. Ha paura, e voglio evitare che ne abbia. Non voglio che mi veda come un mostro. “Sciiii” la zittisco poggiandole l’indice della mano destra sulle labbra, “…non avere paura, non ti faccio del male, non te ne farei mai” tento di giustificarmi. “Non credo sia giusto quello che stai facendo, sei mio fratello”. Ancora s’è resa conto che è proprio quel legame a mandarmi in estasi. Un’estasi profonda che con nessuna ragazza ho mai provato fino ad ora, tranne che in questo momento con lei, con la mia sorellina. Nonostante la sua reticenza, nel momento che il pantalone raggiunge le caviglie, alza le gambe per lasciarselo sfilare. I lunghi capelli, che le arrivano fino ai glutei, li ha sciolti ed ora sono liberi, leggeri come lievi onde del mare mosse da una brezza leggera. Mi chino a baciarle il ginocchio, per poi risalire con la bocca lungo la sua coscia, lasciando tracce di saliva. La lingua avida accarezza la sua pelle vellutata, priva di qualsiasi tipo d’imperfezione. Le labbra bramose baciano ogni centimetro di pelle incontrato lungo la risalita, fino a raggiungerle il fresco pube. Con mia grande sorpresa noto che è rasata. Scosto, con la punta dell’indice, l’orlo sinistro dello slip per abbandonare la lingua sulle grandi labbra. La sento gemere, mentre il respiro le diventa affannoso, mentre la vagina delicata inizia a perdere umori. Alzo il capo per guardarla e la vedo con gli occhi chiusi assaporare le carezze della mia bocca, perdersi nell’oblio datole dai movimenti svelti e delicati della mia lingua. Poi mi alzo. Le mani salgono lungo i suoi fianchi facendola rabbrividire mentre l’accarezzo da sopra la stoffa lanosa della maglia. Mi chino per sfiorarle, con un bacio lieve, le labbra pallide, quasi fanciullesche. Le mani ansiose si chiudono sulle mele sode dei suoi seni. Glieli palpo, li accarezzo da sopra la stoffa della maglia. Le mie carezze la stordiscono. “Oh Dio Paolo, smettila. Stiamo sbagliando tutto” dice aprendo gli occhi. Ma nelle sue pupille leggo la stessa voglia che io ho di lei. Si alza sulla punta dei piedi e mi sfiora le labbra con le sue. Le sfilo la maglia a collo alto da sopra la testa. Ora è quasi nuda, mentre se ne sta lì immobile a guardarmi con addosso solamente lo slip rosa e il reggiseno, dello stesso colore e fantasia delle mutandine. La faccio voltare, in modo da poterla aiutare a slacciare il reggiseno. Una parte della mutandina, esattamente quella destra, s’è infilata tra i globi bianchi del culo sodo. Il cazzo duro, ancora dentro le mutande, punta dritto verso la sua schiena. Gentilmente le slaccio il reggiseno che poi lei sfila dalle braccia. Si volta. I miei occhi s’incollano alle sue tette piccole, della grandezza di due mezze mele. I capezzoli sono piccoli, duri che puntano all’infuori, leggermente più scuri delle aureole rosee. La faccio sdraiare sul letto, pancia all’insù e mi sdraio accanto a lei. Nel movimento salgo lungo il suo dorso, fino a raggiungere i seni. Ne avvolgo uno con una mano, mentre avvicino le labbra alle sue e le penetro la bocca con la mia lingua. I lunghi capelli castani si spandono sul cuscino. È splendida, qui sdraiata accanto a me, completamente nuda eccetto per le mutandine, il corpo che freme sotto le mie mani, sotto le carezze ardenti di suo fratello. Le bacio un capezzolo. Con la lingua ne seguo la punta, ne assaporo la freschezza, successivamente succhiandolo. Succhiandolo come se volessi popparne latte, come una ragazza farebbe col mio cazzo duro. Le bocche si uniscono in un bacio incestuoso, le lingue s’intrecciano in un balletto interminabile, s’inseguono, si cercano trovandosi calde, vogliose. Trovandosi amanti. Il cazzo sembra dovermi scoppiare, non potrò sopportare oltre la sua durezza che schiaccia contro la patta dei jeans. Sdraiato sul fianco destro, allungo la mano sinistra alla mia patta. Tiro giù la zip e scosto le mutande. La verga dura saetta nell’aria come un flagello, e umida va a battere contro la coscia di Angela. “Cos’è?” domanda smarrita, incapace di credere che tutto questo stia accadendo proprio a noi due. “Vedrai, ti piacerà” la rassicuro senza riuscire a trovare altre parole da dire. Poi la mia mano si perde tra le sue cosce. La bocca cerca i seni duri, quasi lividi per il freddo ora che è completamente nuda. Ma le nostre perverse voglie sono più forti, più feroci del freddo stesso che attanaglia la città in quest’inverno. Continuo a succhiarle i capezzoli, alternandoli. Continuo a leccarle i seni, tentando d’infilarmeli in bocca, quasi volendoli mangiare. Per un attimo smetto di masturbarla, e i suoi gemiti prolungati terminano col mio movimento. Le afferro la mano e la porto tra le mie gambe. I suoi occhi si sgranano quando avvolge le dita attorno alla mia asta gonfia. A malapena riescono ad avvolgerla completamente. Senza bisogno di alcuna istruzione, inizia a menarmelo, scendendo e salendo per tutta la lunghezza della verga. I movimenti sono lenti. Mi farà impazzire. Penso tra me, mentre frenetiche muovo le dita nella sua voragine, nell’orifizio che tanto vorrei saggiare. Ma per questo ci sarà tempo. Per ora mi bastano le sue mani, mi basta sentire le dita sottili attorno alla nerchia, mi accontento del movimento lento e sapiente della sua mano. Poggiando la mia mano sulla sua, le faccio terminare il movimento. Mi alzo e, sempre senza spogliarmi, con ancora addosso il jeans e la felpa, il cazzo ancor più duro di qualche attimo prima, mi dirigo verso la testiera del letto. A pochi centimetri dal capo di mia sorella. A pochi centimetri dalla bocca di Angela. “Cosa vuoi ora?” mi chiede quasi timidamente, con la voce ridotta ad un filo per l’eccitazione. Nella sua voce leggo la paura di quello che lei pensa stia per accadere. Di quello che effettivamente sta per accadere. Senza una sola parola avvicino l’asta rigida alle sue labbra. Sembra non capire. M’afferro il membro con la destra e lo punto alla sua bocca. Quasi con violenza spingo forzandole le labbra, costringendola ad aprirle. La sua bocca sembra piccola attorno alla mia grossa mazza, mentre s’infila il glande in bocca, mentre la penetro raggiungendole la gola. Tossisce, sta per vomitare ma si trattiene, riesce ad evitarlo. Ma il resto, tutto quello che mi circonda, ogni cosa che è intorno a me, non ha più importanza. L’unica cosa che conta, in questo momento, è il cazzo nella bocca di mia sorella. La tensione sessuale di questa lunga giornata esplode improvvisa. A malapena riesco a tirarlo fuori dalla bocca di Angela prima di venirmene con spruzzi densi che sembrano non dovere finire mai. Gli sprizzi di calda sborra le inondano il viso. Alcuni la colpiscono sugli occhi, altri si perdono tra i capelli sparsi sul guanciale, altri ancora le gocciolano dalle labbra lungo il mento, sotto al collo. Potremmo dire qualsiasi cosa, eppure sembreremmo sciocchi, piccoli e stupidi. Per questo preferiamo non dirci nulla. Quello che è capitato, ormai non può più essere cancellato. Le cose non potranno mai più tornare al loro giusto posto. Di questo, almeno, ne siamo consapevoli. Inconsapevoli siamo, invece, di quello che ci accadrà dopo. Incapaci di credere che tutto quello stia capitando proprio a noi.

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