L'Americana
Notai subito,
appena entrato nell'aereo che mi portava in Sicilia, quel posto libero vicino a
una figura femminile con il volto girato verso il finestrino e di cui si vedeva
solo una gran massa di capelli rosso fuoco. Al sedermi lei si girò. I capelli
incorniciavano un volto di un ovale perfetto con una bocca deliziosa, due occhi
verde smeraldo, un naso piccolo e affilato, due guance rosee. La camicetta
bianca si apriva sul petto quel tanto da mostrare l'inizio del solco sottile tra
i seni che forzavano la stoffa. La gonna color granato appena al ginocchio
lasciava liberi due polpacci torniti come balaustrini, nudi e abbronzati, che
proseguivano in due caviglie sottili serrate da semplici cinghie che reggevano
un paio di sandali calzati da due piedini graziosissimi. La donna sorrise
alla mia evidente ammirazione, liberando il sedile da un quotidiano di lingua
inglese che ficcò nella sacca che portava ai suoi piedi. Facemmo le
presentazioni. Si chiamava Barbara, era americana, di S.Diego, California, ed
era la prima volta che veniva in Sicilia diretta a Taormina. La simpatia
sbocciò spontanea tra noi. Parlammo delle nostre attività. Lei era una
funzionaria dell'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, amava l'Italia ed era
curiosa di conoscere (bene, disse) un uomo siciliano ed io gliene stavo dando
l'occasione. Intanto io l'osservavo meglio, apprezzando la sua verve e
complimentandomi con lei della padronanza della nostra lingua, ma soprattutto
facendo scorrere il mio sguardo su ciò che il suo abbigliamento spigliato
rivelava del suo corpo. Lo scollo della camicetta, infatti, nel fervore della
discussione si era aperto di più facendo apparire i bordi di trina del reggiseno
che trattenevano due magnifici seni. La gonna si era rialzata parecchio sulle
cosce, specialmente quando essa accavallava le gambe, svelandone la perfetta
conformazione. Ero piacevolmente eccitato, questo è certo. E lei sembrava
divertita dell'effetto che mi provocava e che traspariva con evidenza dalle mie
occhiate verso la sua scollatura e le sue gambe. Il viaggio ci parve
brevissimo. Scesi dall'aereo, mentre attendevamo i bagagli, le chiesi come
avrebbe raggiunto Taormina. Mi rispose che avrebbe preso un taxi per andare alla
stazione, dove avrebbe preso il treno. Mi offrii di accompagnarla io stesso con
l'auto che avevo lasciato al parcheggio dell'aeroporto. Così, presa l’auto, la
portai alla stazione, dove, nel ringraziarmi e salutarmi, mi dette l'indirizzo
del suo albergo a Taormina, dove, disse, sperava di rivedermi. Non feci
passare molti giorni per andarla a trovare. Mi accolse nella sua stanza che si
affacciava sulla baia di Taormina con l'Isola Bella tra il blu del mare e il
biancheggiare veloce delle barche a vela che in quella stagione lo
punteggiavano. Le proposi di farle conoscere la valle dell'Alcantara, l'Etna,
la riviera fino a Catania. Accettò con entusiasmo e mi pregò di attenderla nella
hall per darle il tempo di vestirsi. L'avevo trovata, infatti, coperta solo da
una corta vestaglia ampiamente scollata e dalla quale sbucavano nude due
splendide gambe che veniva voglia di carezzare e scoprire ancora di più. Non
mi parve educato e opportuno andare oltre alle numerose occhiate che rivolsi a
ciò che mi mostrava durante il nostro colloquio. Così, la lasciai nella stanza e
mi avviai verso la hall, dove, presa una rivista, mi accinsi ad
attenderla. Non mi fece aspettare molto. Si presentò sorridente, abbigliata
con una maglietta bianca scollata e molto aderente sui seni che premevano la
stoffa leggera e con un paio di pantaloni strettissimi, anch'essi bianchi, che
fasciavano i fianchi e le gambe lasciando poco alla immaginazione. Eccitato
da tanta visione mi feci precedere da lei verso l'auto fuori dall'albergo,
godendomi la vista di un superbo sedere che lasciava senza parole. Le aprii
lo sportello e, dopo che si fu accomodata, salii sull'auto e partimmo per la
nostra escursione. Scendemmo, come prima tappa, alle gole dell'Alcantara. Lo
spettacolo delle acque che si precipitavano spumeggianti rimbalzando sulle rocce
colonnari della gola affascinò Barbara, che, per l'emozione, mi prese per un
braccio e mi si accostò con un fianco. Ne sentii la morbida curva che aderiva al
mio corpo e vi si appoggiava con decisione. Le abbracciai la vita posando poi
sul davanti le mani un po' più in alto in modo da sfiorare con il dorso la
pienezza dei seni. Lei non dette modo di essersene accorta, continuando ad
ammirare lo spettacolo naturale. Da lì ci avviammo verso i boschi del vulcano
che la lasciarono sorpresa per la loro bellezza e la loro
maestosità. Scendemmo quindi verso la costa, fermandoci sul belvedere di
Acireale da dove ci affacciammo sulla ripida scogliera alla cui base le onde si
frangevano tra sbuffi di spuma. Il sole era alto e la calura ci avvolgeva.
Riparammo nella frescura di un ristorantino del paese di Acitrezza davanti ai
faraglioni e all'isola Lachea. Barbara se ne stava muta per l'ammirazione di
quei posti, mentre io me la mangiavo con gli occhi. La sua maglietta si era
sollevata dalla vita, lasciando scoperto un pancino morbido e sodo al centro del
quale occhieggiava un ombelico perfettamente rotondo. I pantaloni erano
scivolati verso il basso scoprendo ancor più il pancino e accentuando la curva
che esso faceva verso l'inguine. La vista di tanta pelle nuda aumentava la mia
eccitazione che ormai si mostrava evidente all'inforcatura dei pantaloni con mio
grande imbarazzo. Pranzammo con una serie di portate di pesce freschissimo
alla griglia, accompagnate da un bianchetto frizzante. Barbara, con la scusa
della calura si era rialzate le corte maniche della maglietta fino a scoprire
parte delle spalle nude. Non ne potevo più della voglia di toccarla. Con una
scusa avvicinai la mia sedia alla sua e, per mostrale un particolare del
panorama, le cinsi la vita con un braccio toccando finalmente con la mano la
pelle nuda del fianco. Con noncuranza, poi, portai l'altra sulla coscia. Lei
seguì attenta ciò che le andavo dicendo senza dare a vedere di accorgersi dei
miei movimenti. Decisi allora di procedere oltre e spostai la mano verso
l'interno della coscia che sentii, sotto la stoffa leggerissima, piena e
polposa. Oramai niente poteva fermarmi. Avanzai la mano verso l'inforcatura
delle cosce. Sotto la stoffa non sentii l'orlo di slip: sotto era nuda! Solo
a quel punto, come se si fosse resa conto della mia scoperta, Barbara si girò
verso di me e si aprì in un sorriso che mi apparve tra il complice e il
malizioso. Portai allora l'affondo: avanzai la mano sul suo pube dove prima
la fermai a palmo aperto e poi le feci fare un continuo movimento rotatorio.
Sentii distintamente il suo bacino avanzare verso la mia mano che le premeva il
monte di Venere mentre un rossore soffuso le incendiava il volto. Allora le
sbottonai velocemente la patta dei pantaloni e vi infilai dentro la mano. La
peluria del pube che toccai mi parve come di seta. Ci giocherellai lungamente e
lo frugai fino a che trovai ciò che cercavo. Per fortuna i nostri movimenti
non potevano essere visti dagli altri commensali, peraltro molto pochi per la
giornata feriale, perché il nostro tavolo era addossato alla ringhiera della
terrazza e noi davamo le spalle a tutti. La cosa, però, non poteva durare a
lungo. Il cameriere poteva raggiungerci inaspettatamente e scoprirci. Non che la
cosa mi desse pensiero. Il personale, pensavo, doveva essere abituato a queste
cose ed era normalmente molto discreto. Tuttavia decisi di smettere e, dopo
avere riabbottonato i pantaloni della mia compagna, chiesi il conto. Dopo di che
ci riavviammo all'auto. Ripartii verso Taormina, con una mano sulla coscia di
Barbara percorrendo l'autostrada a velocità molto prudente. Ritornammo
all'albergo. Qui salii con lei nella sua stanza. Appena entrati chiusi la porta
dietro di me e mi avvicinai a lei che se ne stava ritta in piedi davanti alla
porta finestra dandomi le spalle. Da dietro le sfilai la maglietta e la gira
verso di me. I suoi seni, eretti e turgidi, troneggiavano sul suo busto
scultoreo. Vi affondai il volto mentre le sbottonavo la patta dei pantaloni che
sfilai sulle cosce fino ai piedi. Lei li allontanò con un calcio e restò nuda
davanti al mio sguardo estasiato. Sempre con il volto perso tra i globi del
seno, scesi le mani sulle natiche corpose e morbide palpandole con suprema
eccitazione. A quel punto lei mi slacciò la camicia denudandomi il torace. Poi
tirò giù la lampo dei miei pantaloni e li fece scivolare insieme ai boxer
lasciandomi nudo. Mi allontanò per le spalle i mi guardò prima dalla testa ai
piedi e poi fissò lo sguardo sul mio inguine supereccitato. Sorrise con
compiacimento e in silenzio mi prese per mano avvicinandosi al letto. Qui si
stese supina, allargò le cosce e mi tese le braccia....
Barbara, durante
il nostro incontro a Taormina, mi aveva invitata ad andare a trovarla a Roma.
Così, alla prima occasione che mi si presentò, le feci visita
all'Ambasciata. Mi accolse nella sua stanza con un gran sorriso e mi
abbracciò con trasporto spingendo con forza i seni sul mio petto e infilando una
gamba tra le mie. Era vestita molto sobriamente come si addiceva al ruolo che
aveva nell'Ambasciata: la solita gonna al ginocchio e la solita camicetta, con
una punta di maliziosa civetteria nella scollatura che portava molto
profonda. Sotto lo sguardo vigile dei marines di guardia mi fece visitare la
stanza dell'Ambasciatore, quel giorno fuori sede, e i saloni di Palazzo
Margherita, rutilanti di ori, abbelliti da quadri e da decorazioni raffinate.
Scendemmo poi nello scantinato dove c'era un supermercato pieno di ogni ben di
dio e riservato agli addetti all'Ambasciata. Fece la spesa che mise in un
sacchetto senza manici che mi affidò per portarlo a casa sua. Ci avviammo
lungo Via del Tritone fino a Piazza Colonna e da qui ci portammo alla piazza del
Pantheon sulla quale si affacciava il suo appartamento al secondo piano di un
vecchio fabbricato ben restaurato. Qui potei finalmente liberare le braccia
stanche di portare il sacchetto della spesa, che Barbara portò in cucina, e
sedermi su una comoda poltrona. Mi raggiunse subito accoccolandosi su un divano.
La gonna si rialzò abbondantemente sulle splendide cosce che, dopo tanto tempo,
potevo riammirare. Parlammo del più e del meno, mentre lei cambiava spesso
posizione sul divano dandomi modo di riscoprire le meraviglie che nascondeva
sotto la gonna. Uno slippino nero apparve più volte alla inforcatura delle
cosce, mentre lei con noncuranza spostava le gambe per cambiare posizione. La
mia eccitazione era alle stelle, ma mi trattenevo per lasciare a lei
l'iniziativa, che non tardò molto. Si alzò e, presomi per mano, mi fece
ammirare i pezzi che aveva portato dalla Cina, quando era stata destinata a
quella Ambasciata prima di venire a Roma, mentre strusciava intenzionalmente il
suo fianco pieno e corposo sul mio. Le posi allora una mano sul sedere e la
feci scivolare verso il basso fino a infilarla sotto la gonna. Potei così
assaporare amcora la morbidezza delle cosce che mi misi a palpare con eccitata
passione. Lei si girò verso di me e slacciatasi la gonna dalla vita la lasciò
cadere ai suoi piedi. La guidai verso la poltrona dove mi sedetti facendola
mettere ritta davanti a me. Fissai lo sguardo sulle cosce denudate, possenti
come colonne di carne vibrante di piacere. Il triangolino dello slip nero ne
accentuava la rotondità con un effetto così arrapante che dovetti mettere ordine
al mio inguine eccitato con una mano. A questo mio movimento essa rispose
sbottonandosi la camicetta che lanciò sul divano, restando solo con un minuscolo
reggiseno di trina trasparente che reggeva a malapena i seni turgidi e
pieni. Restai un po' a guardarla, poi la presi per la vita e abbassai lo slip
sulle cosce. Il ciuffetto ben curato del pelo, dello stesso colore dei capelli,
mi riportò nel ricordo ai piaceri provati insieme a Taormina. Lei, quasi a
confermarli, si slacciò il reggiseno e, con un calcio, si liberò dello slip che
aveva fatto scivolare ai suoi piedi, restando nuda davanti ai miei occhi
sgranati dal piacere. Mi alzai dalla poltrona e mi liberai velocemente dei
miei abiti. Ambedue nudi, ora, ci fronteggiavamo guardandoci con malcelata
eccitazione. Ci avvicinammo l'un l'altra e stringemmo i nostri corpi
assaporando il piacere del contatto della nostra pelle nuda e calda per il
piacere. Io le portai una mano sulle chiappe e una sul pube, imitato prontamente
da lei. I palpeggiamenti reciproci furono pieni di ardore da ambedue le parti.
La mia eccitazione portata al colmo era appoggiata al suo pube dove smaniava
nella ricerca del piacere. Mi condusse dolcemente nella stanza da letto.
Furiosamente facemmo l'amore...... Non ebbi più occasione per lungo tempo di
tornare a Roma. Chiesi di lei all'Ambasciata un giorno che ero di passaggio. Al
telefono mi dissero che non era più in Italia e che non erano autorizzati a
dirmi dove si trovava.
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